Pamparato: il Codice statutario del 1391

Il codice statutario di Pamparato, del 1391, è conservato presso la Biblioteca del Seminario Vescovile di Mondovì.
Lo pubblicò, in ottima trascrizione, quel nostro serio ed infaticabile studioso che fu Giuseppe Barelli nella Biblioteca della Società Storica Subalpina " (BSSS, CLXXXIII, parte II) nel 1965.

Egli così descrive le condizioni del codice originale:

Degli statuti di Pamparato, a mio credere, esistono due copie; una A è quella qui pubblicata ed è nel mio archivio, l'altra B era posseduta dal militare sig. Federico Borzini, abitante a Roma e vi è da sperare che essa dipendesse da A e che sia stata fatta quando A era ancora integra ed in buone condizioni: potrebbe quindi servire ad integrarla.
Il codice A era costituito da 36 fogli di bella pergamena lunghi cm. 29 1/2, larghi 21 1/2, suddivisi in quattro fascicoli: il 1o e il 2o di 6 fogli doppi, il 3o ed il 4o di 4 fogli doppi; in totale di 20 fogli doppi e 40 semplici. Nella numerazione dei fogli (36) si è tenuto conto anche del 21o che manca. Ora il fascicolo 1o ha solo più fogli doppi 5 ed uno semplice, mancando la prima metà del secondo che doveva contenere l'ultima parte della rubrica II De verbis iniuriossis e completamente la IV, V, VI e VII; il fascicolo secondo ha solo più fogli doppi 5 ed 1 semplice, mancando la seconda metà del secondo, tagliata via e che doveva contenere la seconda parte della rubrica LXXXXIIII De elligendo consiliarios [sic] annuatim e completamente la LXXXXV, LXXXXVI, LXXXXVII e la LXXXXVIII; il fascicolo terzo ha solo più fogli doppi 3 ed uno semplice, mancando la prima metà del secondo che doveva contenere le rubriche dalla CXI esclusa alla CXXII esclusa; il fascicolo quarto ha solo più fogli doppi 2 e 2 semplici, mancando la seconda metà del secondo contenente le rubriche susseguenti a quella De observatione et confirmatione predictorum capitulorum e la seconda metà del primo, che forse era in bianco, entrambe tagliate via, cosicché oggi il codice risulta solo più composto di fogli 15 e di fogli semplici 5, in tutto di fogli semplici 35.
Il codice A è privo di qualsiasi rilegatura o copertina che, probabilmente, era costituita da assicelle di legno di noce ricoperte di cuoio o fissato con borchie di ottone e, purtroppo, è mutilo anche in fine.
All'inizio manca il solito indice delle rubriche che ci avrebbe permesso di conoscere sommariamente il contenuto dei capitoli mancanti.
Dei fogli che avrebbero dovuto contenere al principio di A l'indice delle rubriche, manca ogni traccia il che permette la supposizione che l'indice stesso potesse essere contenuto nei due mezzi ultimi fogli del fasc. IV.
La scrittura di A è l'usuale semigotico della fine del sec. XIV che, in ultimo, è meno curato e tende ad una specie di corsivo.
L'esordio di A è scritto come le rubriche e le grandi I iniziali di ogni capitolo, con inchiostro rosso e nero, la J maiuscola dell'esordio, in rosso e nero, si allunga per due terzi del foglio, passando a sinistra della grande P maiuscola anch'essa in nero all'esterno ed in rosso verso l'interno, che si allunga per circa mezzo foglio e costituisce la prima lettera del primo capitolo.
I fogli di A mancano di numerazione antica, sono però numerati in margine con inchiostro nero i singoli capitoli sino al XXX, con molta cura, dopo i numeri vanno impicciolendo fino al C e digradando dal CXXX in poi.
L'ultima parte del foglio 23 per l'altezza di circa 6 cm. è stata tagliata ed asportata, il che menoma la buona conservazione di A che, nonostante tutto, non può dirsi cattiva.
L'inchiostro rosso usato asciuga meno rapidamente del nero, e perciò tende ad allargarsi e si è allargato, rendendo talora, in ispecie nell'esordio, la lettura più difficoltosa e quindi meno sicura.

Per parte mia devo soltanto aggiungere che, essendo mia intenzione, anche per onorare la fatica del Barelli, di integrare il codice dei fogli e dei capitoli mancanti, per quante ricerche siano state fatte, dagli amici monregalesi e da me, non è più stato possibile rintracciare il secondo codice, il codice B

Il codice statutario di Pamparato, qui pubblicato, non ha la solita divisione dei capitoli in "collationes" (libri) raggruppanti disposizioni concernenti argomenti affini.
Essi si susseguono l'un l'altro apparentemente senza alcun ordine logico.
La stessa cosa avviene per gli statuti dei vicini comuni di Garessio, di Ormea e di Ceva.

Sugli statuti di Ceva (1357) sembrano anzi modellati gli statuti di Pamparato; e la cosa non sarebbe che logica poiché Ceva, sede della curia dei Marchesi, era certamente il centro più importante del Marchesato.
Subito, all'inizio, colpisce un parallelismo: gli statuti di Pamparato cominciano con il capitolo sull'Omicidio che negli statuti di Ceva si trova secondo dopo il cap. 1 sul Giuramento del podestà.
Par di capire che a Pamparato, dato che il podestà risiedeva a Ceva, non avendo bisogno di quel capitolo, abbiano di conseguenza scelto tra i capitoli cevesi, nel medesimo ordine soltanto quelli che si adattavano al luogo, modellandosi strettamente sulla realtà sociale locale.
Infatti la gran parte dei capitoli statutari di Pamparato si riferisce, com'è naturale, alla difesa della terra e dei suoi prodotti.
Avvalora ancora l'ipotesi fatta della derivazione degli statuti di Pamparato (1391) e da quelli di Ceva (1357), anche se la questione andrebbe dibattuta e maggiormente sviluppata in altra sede, la perfetta identità di alcuni capitoli di procedura civile, per usare una espressione moderna.
I capitoli, ad es., De non ponendo actionem in libello (Pamp. cap. XXII), De debito alias soluto petito (Pamp. cap. XXVII) e soprattutto il lungo capitolo De causis, de ordine et termino tenendis in causis (Pamp. cap. XIX) (nel testo cevese dalla rubrica abbreviata in De causis) sono letteralmente identici dalla prima all'ultima riga, col solo scambio dei nomi dei rispettivi luoghi.
E così per altri capitoli.

Pamparato al tempo degli Statuti

Il codice statutario di Pamparato (1391) ad una attenta lettura lascia intravedere un precedente corpus statutario.
Non poteva essere altrimenti poiché da tempo, almeno dai primi decenni del secolo XIII, il nome non soltanto indicava un luogo ma anche un comune.
Pamparato compare nella storia scritta in un documento del 1163. In esso i suoi primi signori, i Carassone, si riconoscono vassalli della Chiesa d'Asti la quale aveva derivato la sua signoria in queste terre dalla nota concessione imperiale di Ludovico III del 901.

In un atto, abbastanza comune allora da parte dei signori minori, i "domini loci", Enrico, Aicardo e Bonifacio di Carassone donano alla Chiesa di Asti, nella persona del vescovo Anselmo, l'allodio loro spettante nei castelli e nelle ville di Torre, San Michele e Pamparato (Cartulam donationis.... omne alodium quod habebant in Sancto Michaele, in castro et villa et omnibus pertinenciis; et in Turri, in castro et villa et omnibus pertinenciis, et in Pamparato, in castro et villa et omnibus pertinenciis).
A sua volta il vescovo ridà loro in fondo quanto donatogli, ribadendo con ciò la sua autorità di alto signore sui "domini" domini di Carassone e su Pamparato (... dedit eis illud idem iure feudi ita quod de predictis castris episcopus suique successores debent facere guerram et pacem cui voluerint).
I marchesi di Ceva, alla cui storia la villa di Pamparato sarà da allora sempre strettamente legata, compaiono come signori del luogo nel 1214.

Nel relativo atto conservatosi nel "Libro verde della Chiesa d'Asti" Libro verde della Chiesa d'Asti (dal titolo anodino di "Investitura di Boves" Investitura di Boves) il signore Manfredi Lancia (I), marchese di Busca, investe del suo feudo di Boves il signore Guglielmo (II), marchese di Ceva.
Questi tuttavia terrà il suo nuovo feudo di Boves derivandolo in primo luogo dalla Chiesa d'Asti e solo in secondo luogo, sin tanto che durerà in vita, dal Lancia I.
Il vescovo naturalmente accetta, poiché acquisisce al suo dominio temporale una nuova terra, ed immediatamente investe il Ceva del feudo di Boves.
Nello stesso atto, tuttavia, Guglielmo II (a titolo di gratitudine) si riconosce vassallo del vescovo di Asti anche per il feudo di Pamparato che egli, per la parte che gli compete, dona pure al Vescovo per esserne subito reinvestito (Et pro prefata investitura quam fecit dictus Episcopus, ipse Guillelmus marchio dedit eidem Episcopo totum illud quod habebant in Pamparato in castro et villa et in omni districtu et territorio et curte ipsius castri et ville et in hominibus et feminis et fidelitatibus hominum, in fodro et banno et itinere et exercitu et advocationibus ecclesiarum, in furnis et molandinis, in terris, cultis et incultis, vineis, pratis, silvis et nemoribus et venationibus, piscationibus et aquis, pascuis, ripis et pedagiis).
I diritti feudali dei Ceva su Pamparato (quelli che l'Astuti dice essere consuetudines feudorum"consuetudinis feudorum" vengono riconfermati dal vescovo di Asti, alto signore di cui i Ceva si riconoscono vassalli per la villa, il castello ed il distretto. E sono diritti di fodro e di banno, di transito sul territorio e di esercito; diritti su chiese, forni, mulini, terre colte e incolte, vigne, prati, selve e boschi; diritti di caccia, pesca, acque, pascolo, ripaggio e pedaggio.

Nel citato documento del 1214 i rapporti del signore con il luogo sono dunque ancora schiettamente feudali, direttamente esercitati verso gli uomini senza alcuna mediazione di istituzioni collettive.
Tre decenni dopo i rapporti sono già mutati ed in Pamparato compare, per la prima volta nei documenti, il Comune (costituito negli anni precedenti).
Nell'atto del « Cartario di Casotto», datato 1243 settembre 2, Bartolomeo Palmano e Giovanni Moresco (consoli o sindaci) su ordine e per volontà di tutto il comune di Pamparato donano al monastero di Casotto l'Alpe di Lavaceto, al di sopra dei boschi, con i relativi diritti.
Il Monastero terrà d'ora innanzi la detta Alpe come cosa sua, perpetuamente (nomine proprietario perpetuo), fatta salva la giurisdizione dell'alto signore Giorgio (I), marchese di Ceva.
La donazione viene effettuata ad onore di Dio, del signore Giorgio (I) e degli altri signori di Pamparato, e di tutto il comune.
I due consoli (o sindaci) che effettuano la donazione dell'Alpe di Lavaceto per mandato del Comune, lo fanno anche su consiglio di Anselmo Mongia (Munça) di Pamparato (il quale pare avere qui una posizione preminente: è il dominus loci?) e degli altri suoi soci che in quell'anno hanno giurato di perseguire il bene degli uomini del luogo (e nell'espressione qui anno illo iuraverunt facere bonum hominum Panparati è indubbiamente da vedere il riferimento al patto giurato, alla coniuratio, che sta all'origine del Comune).
Aimaro, notaio del sacro palazzo, redige l'atto su incarico del detto Anselmo in Pamparato nel castello sottano (Due erano dunque i castelli in Pamparato).

Il 24 luglio 1259 il Comune di Cuneo, per liberarsi dall'opprimente tutela dei forti vicini piemontesi, in specie del Saluzzo e di Asti (propter potentiam vicinorum et qui erant in malo statu, dicono gli Annali Genovesi) faceva la dedizione in Pignans a Carlo I d'Angiò, da tredici anni conte di Provenza. Con ciò Cuneo introduceva sulla già tormentata scena politica piemontese un altro forte protagonista a contrastare i Savoia (ora in un momento di crisi dopo la morte del Principe di Piemonte Tommaso II), il Monferrato, il Saluzzo ed il grande comune di Asti; un protagonista che avrebbe qui dominato la scena sino allo scorcio del successivo secolo XIV.
Gli altri nostri comuni, che si trovavano nella stessa situazione in quanto continuamente in guerra con forze ben maggiori delle loro, seguirono l'esempio di Cuneo.
Prima della fine dell'anno 1259 passarono al Conte di Provenza anche Alba, Cherasco e Savigliano; pochi mesi dopo, nella primavera del 1260, passò il Monteregale.
La calata dell'Angiò sulle terre piemontesi ebbe anche una singolare incidenza sul piccolo comune di Pamparato, riportandolo in primo piano nelle lotte tra i protagonisti maggiori.
Infatti acquisendo Alba l'Angiò ne aveva acquistato anche tutti i diritti, tra cui quelli feudali sulle terre dei Ceva, i quali le avevano vendute ad Alba, al tempo del podestà Nicola Embriaco e del sindaco Enrico Balduino (1257), per poi riceverle in feudo dallo stesso Comune.
I Ceva protestarono asserendo di non aver venduto ad Alba tutte le loro terre, ma di aver tenuto sotto il loro dominio diretto alcune terre minori: Pamparato, Mombasiglio, Lichinio, Montegrosso, Paroldo, Monasterolo e San Michele.
Il 23 febbraio 1260 i Ceva videro riconosciute le loro proteste ( dice il documento: quia cognoverunt [i delegati angioini] dicta castra, villas et loca superius nominata esse errore apposita in instrumento predicta venditionis et emptionis, et in instrumento predicte investiture et fidelitatis predictorum castrorum, villarum et locorum superius nominatorum cum ab alils in feudum tenerentur) e riebbero il dominio libero e diretto sulle dette terre.
Si dovettero però riconoscere forzatamente vassalli dell'Angiò per i luoghi e castelli di Ceva, Castellino, Roascio, Priero, Priola, Viola, Lisio, della metà di Bagnasco, di Massimino, di Garessio, di Ormea e di Scagnello.
La gran parte del marchesato di Ceva riconosceva ormai nell'Angiò il suo alto signore.

Data la continuità nella stessa valle del territorio del Comune di Pamparato e di quello della Certosa i rapporti tra i due erano molto frequenti e non sempre amichevoli.
Il 4 luglio 1269 Giorgio II Nano, marchese di Ceva concedeva alla Certosa il diritto esclusivo di pesca in tutte le acque del suo territorio al di sopra del ponte murato sul Casotto (tali modo quod prior predictus conventus et fratres monasterii Casularum possint et valeant licite et impune piscari et piscari facere quandocumque et quotienscumque placuerint priori conventui et fratribus monasterii supradicti in aqua seu aquis a dicto ponte superius stantibus vel discurrentibus).
Da parte sua la Certosa si impegnava col marchese di Ceva a non venire a pescare in valle inferiormente al ponte murato (Insuper prior predictus nomine conventus et fratrum monesterii Casularum promisit dicto domino Nano non piscari nec piscari facere a predicto ponte inferius versus Pamparatum).
Le cose tuttavia non andarono sempre pacificamente per il verso giusto se ancora nell'agosto del 1771 i padri della Certosa muovendo causa ai signori di Pamparato produssero in giudizio il documento su citato.

Il 15 novembre 1275 l'esercito angioino fu duramente sconfitto a Roccavione dal fronte unito dei suoi avversari: Asti, Saluzzo e Monferrato, i quali si lanciarono alla conquista delle nostre terre, prive ormai quasi del tutto di forze militari.
Fu così che il Saluzzo realizzando il suo antico sogno politico, che durava dal lontano 1198, anno della nascita del Comune, si rifece signore di Cuneo (1282), mentre nell'altro settore dello scacchiere il Comune di Asti, subentrando agli Angiò, si fece signore dei marchesi di Ceva.
Il 22 ottobre 1295 10 il marchese di Ceva, ancora Giorgio II Nano, fu costretto a vendere tutte le sue terre ad Asti per poi riceverle da esso in feudo.
Anche Pamparato seguì la sorte comune; il marchese di Ceva dovette però non comprendere nella vendita prima e nell'investitura poi di Pamparato i diritti che il Vescovo di Asti, primo alto signore del luogo, ancora vi conservava (Ecce quod dictus dominus Oddonus [marchio de Carreto] procuratorio nomine pro dicto domino Nano et nomine et vice ipsius domini Nani vendidit et ex causa venditionis confessus fuit se tradidisse... domino Raynaldo de Pontirolio potestati Astensis et discretis viris dominis... in primis castrum et villam Ceve... item castrum Pamparati salvis iuribus dicti domini episcopi Astensis).

Dopo la battaglia di Roccavione (1275) l'Angiò fu costretto ad abbandonare le terre della contea piemontese e a riportare tutte le sue forze militari al sud, proprio in un momento in cui là la politica gli si era fatta sempre più impegnativa e tendeva a puntare decisamente in altre direzioni.
Cresceva inoltre il malcontento popolare per la mala signoria che di lì a poco doveva esplodere nei Vespri Siciliani.
L'Angiò poté ritornare signore delle sue terre piemontesi, alle quali non aveva mai rinunciato, soltanto nel 1305.
Operò allora una totale restaurazione che doveva nuovamente renderlo il più forte protagonista in Piemonte per mezzo secolo.
Quando però, sin dai primi anni di regno di Giovanna I (1343-1382), iniziò nelle nostre terre il definitivo tramonto angioino, ecco che da ogni parte si fecero avanti i pretendenti all'eredità: il Saluzzo, il Monferrato e l'Acaia già in Piemonte, il Visconti da Milano, Amedeo VI, il Conte Verde, dalla Savoia.
Per quasi mezzo secolo fu tutto un intenso e triste guerreggiare, con intricate vicende e mutamenti di signore, continui e repentini, per i nostri piccoli comuni.
In questo contesto va collocata anche la vicenda dei Ceva e di Pamparato.

Il 28 febbraio 1372 il Conte Verde (che nell'ottobre dello stesso anno, a capo della lega antiviscontea, conquisterà Cuneo) costrinse Giacomo, signore di Lesegno, dei marchesi di Ceva a vendergli, con la sesta parte di Ceva, la metà di Lesegno e altre terre minori, anche la metà di Pamparato (il possesso del Marchesato era ormai tutto sminuzzato fra i vari Ceva).
Ancora una metà di Pamparato, sempre nel contesto politico delineato, fu trasferita a Galeazzo Visconti nell"'aderenza" a lui forzatamente prestata il 1o aprile 1381 dai marchesi di Ceva Cristoforo e Giacomo, figli del Guglielmo V, signore (e capostipite) dei Lesegno.
Galeazzo Visconti, vicario imperiale, era anche signore di Asti e di altre terre nel marchesato di Ceva, tra cui la su citata Pamparato che egli aveva rivendicato in base alla ricordata vendita (1295) fatta dal marchese Nano alla repubblica di Asti.
L"'aderenza" per Pamparato (e per le altre terre del marchesato dei Ceva), fu successivamente rinnovata il 17 giugno 1387 a Galeazzo Visconti, il quale poi trasferì alla figlia Valentina, andata sposa in Francia a Luigi d'Orléans (fratello del re di Francia Carlo VI), Asti e le altre terre cevesi a titolo di dote.
Nella vicenda di Pamparato si erano così inseriti anche gli Orleans.

Ed ecco come descrive il Morozzo la situazione dei marchesi di Ceva e dei loro frammentati territori all'anno 1415:
Nel 1295 tutti i marchesi di Ceva, con Giorgio Nano alla testa, si erano fatti vassalli di Asti. I duchi d'Orleans, succeduti alla repubblica erano naturalmente diventati i loro signori diretti. Ben è vero che alcuni avevano poi fatto fedeltà a Savoia ed ad Acaia, ma essa non distruggeva la prima; e poteva non solo essere impugnata colle armi ma anche colla legge. Se ciascuno aveva il suo feudo particolare, essi, uniti da tempo antico in consorzio, formavano un fascio non disprezzabile, per cui potevano sperare di difendere con buon successo la loro indipendenza negli incessanti contrasti tra Savoia, Acaia, Monferrato, Asti, Genova e Milano mettendosi ora coll'uno ora coll'altro dei principi; secondo dettava l'interesse del momento: così negli ultimi tempi non pochi si erano messi con Orléans. Bonifacio e Oddone di Lesegno donavano il 4 ottobre al principe la sesta parte della Chiusa riconoscendo tenere da lui le loro porzioni di Ceva, Torricella e Roascio, Garcilasco il 6 gli faceva omaggio della sua porzione di Ceva, il 7 Guglielmo per la metà di Lisio e la quarta parte di Pamparato, il 10 Bonifacio gli rinnovava la fedeltà per la quarta parte di Torricella e di Roascio, ottenendo la rimessione della dodicesima di Ceva e riavendo in feudo la sesta parte della Chiusa.

Gli Acaia, che erano stati in queste terre i più fieri avversari degli Orléans e dei Visconti, si estinsero nel 1418.
Ad essi subentrarono, quale ramo maggiore, i Savoia i quali si fecero rapidamente signori, assoluti ed indiscussi, su tutte le terre del marchesato di Ceva, Pamparato compresa.

PIERO CAMILLA
(da Statuta loci Pamparati..., Cassa Rurale ed Artigiana di Pamparato - "Biblioteca della società per gli studi Storici Archeologici ed Artistici della Provincia di Cuneo" - n. 27, Pamparato, 1990)